Bob Shaw
Cronomoto

1

Intrappolato nel suo guscio di noia come un cavalluccio marino ancora vivo in un portachiavi di plastica, Breton trovò quasi gradevole lo squillo del telefono. Si alzò e attraversò il soggiorno per andare in anticamera.

— Chi può essere, caro? — chiese Kate Breton, accigliandosi, un po’ seccata per l’interruzione.

Breton passò in rassegna tutta una serie di risposte ironiche che gli erano subito venute in mente, ma alla fine, per riguardo verso gli ospiti, scelse la meno pungente.

— Non riconosco lo squillo — disse con indifferenza, e notò che Kate stringeva le labbra color rosa-gesso. Si sarebbe ricordata di quella frase e ne avrebbe fatto una storia, magari alle tre di mattina, quando lui moriva di sonno.

— E bravo il nostro John, sempre tagliente come un rasoio. — Gordon Palfrey parlava in fretta, con il suo caratteristico tono conciliante, e Miriam Palfrey gli rivolse il suo blando sorriso azteco, guardandolo con occhi che parevano capocchie di spillo. I Palfrey erano i più recenti acquisti di Kate, e la loro presenza in casa procurava solitamente a Breton un irritante bruciore allo stomaco.

— Pronto — disse. — Qui John Breton.

— Ah, ci chiamiamo John, adesso, eh? Una volta eri Jack.

La voce al telefono era tesa e controllata, come se chi parlava stesse dominando una forte emozione: paura, forse, o trionfo.

— Chi parla? — Breton cercò, senza riuscirci, di identificare la voce. Ebbe la sgradevole sensazione che l’apparecchio telefonico fosse come una porta attraverso cui chiunque poteva penetrare direttamente in casa sua. Quando rispondeva a una chiamata, si sentiva in posizione di svantaggio a meno che l’altro non si presentasse; ed era una sensazione spiacevole. — Chi siete?

— Dunque, non lo sai proprio? Molto interessante.

In quelle parole ci fu qualcosa che fece scattare un campanello d’allarme in Breton. — Sentite — disse — o vi presentate, o riattacco.

— Non arrabbiarti, John. Sarò ben felice di farlo. Ho chiamato solo per accertarmi che tu e Kate foste in casa, prima di venire. Adesso appendo.

— Un momento — si affrettò a dire Breton, accorgendosi di lasciarsi influenzare troppo dallo sconosciuto. — Non mi avete ancora detto cosa volete.

— Mia moglie, naturalmente — rispose amabilmente la voce. — Sono nove anni, quasi, che vivi con mia moglie, e sono venuto a riprendermela.

Uno scatto, poi il telefono prese a ronzare sommessamente nel l’orecchio di Breton che, imprecando tra i denti, depose il ricevitore e rimase indeciso accanto all’apparecchio per qualche secondo.

Doveva essersi trattato di uno scherzo di cattivo gusto, ma da parte di chi? Lui conosceva una sola persona amante delle burle: Carl Tougher, il geologo dell’azienda di consulenza tecnica Breton. Ma quando aveva visto per l’ultima volta il geologo in ufficio, Tougher era preoccupato perché non riusciva a spiegare una discordanza di dati, in un sondaggio vicino a Silverstream, dove eseguivano perforazioni alla ricerca di un terreno adatto a sostenere fondamenta di cemento. Breton non aveva mai visto Carl tanto preoccupato e meno incline a far scherzi, specie poi di quel genere. La conversazione inoltre non aveva senso, il che non era poi così strano, considerando il tipo di mentalità di chi si diverte a telefonare senza scopo alla gente; tuttavia aveva avuto un sottofondo sgradevole. Per esempio, quell’allusione al fatto che lui non si faceva più chiamare Jack. Breton aveva cominciato a servirsi del suo nome di battesimo, e non più del diminutivo, per ragioni di prestigio, quando l’azienda aveva preso a svilupparsi; ma era ormai una cosa vecchia di anni, e, pensò indignato, riguardava solo lui. Malgrado tutto, un cocciuto angolino della sua mente non aveva mai approvato il cambiamento del nome, e adesso aveva l’impressione che lo sconosciuto avesse guardato dentro di lui, individuando quella minuscola ombra, quella specie di tumore del suo senso di colpa.

Breton si soffermò sulla soglia del soggiorno, rendendosi conto che stava reagendo proprio secondo il desiderio dello sconosciuto burlone, continuando cioè a rimuginare sulla cosa, invece di non pensarci più. Passò lo sguardo sui pannelli arancione che tappezzavano l’anticamera, provando un improvviso senso di rammarico per non aver accontentato Kate, quando, un anno prima, aveva espresso il desiderio di traslocare in un appartamento più grande. Quella vecchia casa non era più adatta a lui, e l’avrebbe dovuta lasciare senza rimpianti già da tempo. “Sono nove anni, quasi, che vivi con mia moglie.” Breton corrugò la fronte ricordando quelle parole; l’uomo non aveva certo voluto dire di essere stato sposato in precedenza con Kate, o qualcosa del genere, perché Kate e Breton erano sposati da undici anni. Ma quell’espressione “nove anni” significava qualcosa di specifico, si collegava a un senso d’ansia, come se una parte del subconscio di Breton ne avesse afferrato il senso e ora aspettasse con apprensione la prossima mossa.

— Per amor del cielo! — esclamò Breton, battendosi la mano sulla fronte con aria disgustata. — Sono pazzo quasi quanto lui.

Aprì la porta e rientrò nel soggiorno. Mentre era via, Kate aveva spento quasi tutte le luci, e aveva accostato un tavolino da caffè alla poltrona dov’era seduta Miriam Palfrey. Sul tavolino erano pronti un blocco di carta bianca e una matita, e su questi oggetti le dita tozze e grassocce di Miriam stavano già facendo dei gesti vaghi e fluttuanti. Breton mugugnò tra sé: evidentemente avevano intenzione di fare una seduta. I Palfrey erano tornati di recente da un viaggio di tre mesi in Europa, e, per tutta la serata, non avevano fatto altro che parlarne, tanto da fargli sperare che quella sera non ci sarebbe stata seduta. E proprio questa speranza gli aveva dato la forza di ascoltare educatamente le loro chiacchiere di turisti.

— Chi era al telefono, caro?

— Non lo so. — Breton non aveva voglia di parlarne.

— Avevano sbagliato numero?

— Sì.

Kate lo scrutò sospettosamente. — Ma sei stato via tanto. E mi pareva di sentirti gridare.

— Diciamo allora che il numero era giusto, ma era sbagliata la persona — disse Breton con impazienza.

Gordon Palfrey sbuffò divertito, e negli occhi di Kate l’interesse si tramutò in fredda delusione, come se Breton avesse spento due minuscoli televisori. Ecco un altro argomento per le loro discussioni notturne, quando tutta la gente normale dormiva, e perfino le tende della loro camera respiravano regolarmente alla brezza della notte. “Perché” si domandò con un senso di colpa “offendo Kate davanti ai suoi amici? Ma, se la mettiamo in questo modo, perché lei urta me in continuazione, non dimostrando il minimo interesse per il mio lavoro, e sottoponendomi a un ‘terzo grado’ in pubblico, solo per una stupida telefonata?” Si sedette pesantemente e allungò macchinalmente la destra verso il bicchiere di whisky, mentre si guardava intorno, elargendo ai Palfrey un sorriso benevolo.

Gordon Palfrey stava gingillandosi col quadrato di velluto nero a stelle d’argento che serviva a coprire la faccia di sua moglie nel corso delle sedute, ma aveva voglia di continuare a parlare dell’Europa. Attaccò uno sproloquio senza lasciarsi intimorire dalle occhiate sarcastiche che Breton non risparmiava tutte le volte che sentiva affermazioni tipo: “I francesi hanno un eccellente senso del colore". Tema dello sproloquio era l’arredamento delle ville europee, che rivelavano invariabilmente un gusto superiore a quello dei migliori arredatori americani. Lasciandosi sprofondare nella noia, Breton si dimenò sulla poltrona domandandosi come avrebbe fatto a sopportare ancora quella serata, sapendo per di più che sarebbe dovuto andare in ufficio ad aiutare Carl Tougher a risolvere il problema delle fondamenta da gettare. Con la naturalezza e l’impercettibile mutamento di tono che sono le caratteristiche dello scocciatore nato, Palfrey passò a parlare di un vecchio contadino scozzese che, cieco, tesseva a mano; ma Miriam cominciava a dar segno di quell’irrequietezza che precedeva lo stato di trance.

— Di cosa stai parlando, Gordon? — Miriam Palfrey si appoggiò allo schienale della poltrona, mentre la sua mano destra, posata sul blocco, si agitava come un aquilone al vento.

— Stavo raccontando a Kate e John del vecchio Hamish.

— Oh, sì… ci siamo proprio divertiti col vecchio Hamish. — La voce di Miriam era ridotta a un mormorio monotono, che suonava alle orecchie di Breton come un’imitazione incredibilmente banale di un vecchio film di Bela Lugosi. Notando l’espressione tesa e rapita di Kate, decise di lanciarsi in una accanita difesa del buonsenso, senza risparmiare colpi.

— Ah, così vi siete divertiti col vecchio Hamish — disse in tono di forzata allegria, e a voce molto alta. — Che quadretto! Mi par di vederlo, il vecchio Hamish, rintanato in un angolo della sua casupola, vecchio e rinsecchito, che fa divertire i Palfrey.

Ma Kate gli impose il silenzio con un cenno della mano, e Gordon Palfrey, che aveva spiegato il quadrato di velluto, lo drappeggiò sulla faccia di Miriam, sollevata verso l’alto. Immediatamente, la mano paffuta afferrò la penna e cominciò a volare sulla carta, tracciando righe su righe di nitida scrittura. Gordon si inginocchiò vicino al tavolinetto per tener fermo il blocco, mentre Kate staccava i fogli man mano che venivano riempiti. Li maneggiava con una deferenza che, per Breton, rappresentava l’aspetto più irritante di tutta quella ridicola faccenda. Se a sua moglie piaceva interessarsi alla cosiddetta scrittura automatica, non avrebbe potuto farlo con un po’ più di raziocinio? Lui stesso sarebbe stato disposto a parlarne, a esaminare il fenomeno, se Kate non avesse messo ogni riga nella categoria generica dei Messaggi dall’Aldilà.

— Nessuno ha bisogno di una bevutina? — Breton si alzò per andare al mobile-bar tappezzato internamente di specchi. “Bevutina” pensò. “Cristo! Come mi stanno riducendo?” Si versò una generosa dose di scotch, lo allungò con la soda, e si appoggiò al bar osservando la scena all’altro capo della stanza. Il corpo di Miriam Palfrey stava abbandonato sulla poltrona, ma la mano si muoveva con un’incredibile rapidità per scrivere, senza abbreviazioni, al ritmo di trenta parole al minuto. Il materiale che abitualmente produceva era una prosa fiorita, antiquata, che trattava di soggetti disparati, con una notevole abbondanza di parole come Bellezza e Amore, scritti sempre con la maiuscola. I Palfrey sostenevano che quegli scritti erano dettati dagli spiriti di autori defunti, che loro cercavano poi di identificare, in base allo stile. Breton aveva una sua opinione, in proposito, ed era più disgustato di quanto non ammettesse, nel vedere Kate accettare supinamente quelli che lui considerava trucchetti tolti di peso da un salotto vittoriano.

Bevendo il suo whisky, Breton guardava Kate raccogliere i fogli, numerarli e disporli in un mucchietto ordinato. Undici anni di matrimonio non avevano cambiato per niente il suo aspetto fisico: alta e ancora snella, vestiva abiti di seta dalle tinte vivaci, che portava come se fossero un piumaggio naturale, facendo venire in mente a Breton uno smagliante uccello esotico. Ma gli occhi erano invecchiati, e molto. “Nevrosi suburbana” pensò Breton. “Frammentazione della famiglia riflessa nell’individuo. Mettiamoci un’etichetta e non pensiamoci più. Una donna non è mai completamente moglie, finché tutti i membri della sua famiglia d’origine non sono morti. Riunite gli orfanotrofi e le agenzie matrimoniali. Bevo troppo…”

Un’esclamazione soffocata di Kate lo costrinse a riportare l’attenzione al gruppo intorno al tavolino. La mano di Miriam Palfrey aveva cominciato a tracciare qualcosa, che, da lontano, pareva un disegno a cerchi concentrici, come un garofano appena sbocciato. Breton si avvicinò e si accorse che la donna scriveva seguendo una spirale molto stretta e intanto gemeva e tremava. Un lembo del quadrato di velluto si sollevava e si riabbassava seguendo il ritmo affannoso del suo respiro, simile a quello di una foca.

— Cos’è? — chiese in tono annoiato Breton. Non voleva mostrare troppo interesse, ma si era accorto che stava succedendo qualcosa d’insolito. Al suono delle sue parole, Miriam si raddrizzò a sedere e suo marito le circondò le spalle col braccio.

— Non lo so — rispose Kate rigirando il foglio fra le dita. — Cioè… è una poesia.

— Be’, sentiamola. — Breton parlava con tollerante giovialità, seccato di essersi lasciato coinvolgere, ma comunque impressionato, se non altro, dall’abilità manuale di cui aveva fatto sfoggio Miriam.

Kate si schiarì la gola, e lesse:

Ti ho desiderato per mille notti
Mentre la verde fosforescenza della lancetta
si spostava lenta.
Il desiderio di te mi faceva piangere,
Ma tu non potevi assaporare le mie lacrime.

Senza che Breton riuscisse a capire perché, queste parole lo turbarono. Tornò al mobile-bar, e mentre gli altri esaminavano il frammento di poesia, rimase a fissare accigliato le bottiglie e i bicchieri moltiplicati dagli specchi. Sorseggiò la bibita ghiacciata e fissò i propri occhi nel microcosmo di cristallo; poi, di colpo, la sua mente trovò la spiegazione della frase “sono nove anni, quasi…". Se l’intuizione era esatta, queste erano le parole che lo avevano veramente colpito: una specie di bomba di profondità psicologica perfettamente centrata, e lanciata allo scopo di colpire a fondo. Nove anni prima, proprio in quello stesso mese, una macchina della polizia aveva trovato Kate che vagava nel buio della Cinquantesima Strada, con brandelli di cervello umano appiccicati alla faccia…

Allo squillo del telefono in anticamera Breton si sentì gelare, depose il bicchiere facendolo tintinnare, e lasciò la stanza per andare a rispondere.

— Qui Breton — disse seccamente. — Chi parla?

— Ciao, John, cosa succede? — Questa volta riconobbe subito la voce. Era quella di Carl Tougher.

— Carl! — Breton si abbandonò su una sedia e cercò le sigarette. — Sei stato tu a chiamarmi, meno di mezz’ora fa?

— No. Avevo troppo da fare.

— Ne sei certo?

— Ma cosa ti prende, John? Ti ho detto che avevo troppo da fare… quei sondaggi a Silverstream si stanno rivelando un bel guaio.

— I controlli non corrispondono?

— Proprio così. Stamattina ho fatto una serie di otto rilevamenti a caso, nell’area designata, e ho controllato con un gravimetro diverso dopo pranzo. Arrivati a questo punto, tutto quel che ti posso dire è che i sondaggi fatti il mese scorso erano completamente sballati. Secondo i nuovi rilevamenti, sono di circa venti milligal inferiori a quanto dovrebbero essere.

— Venti! Ma questo fa pensare che si tratti di una formazione rocciosa più leggera di quanto avessimo previsto. Potrebbe trattarsi di qualcosa come…