Fritz Leiber
Alea iacta est

Improvvisamente Joe Slattermill capì con certezza che avrebbe dovuto uscire alla svelta se non voleva dar fuori di testa e distruggere con i frammenti della sua scatola cranica i puntelli e i rappezzi che reggevano a fatica l’abitazione, che poi era una specie di casa di compensato e intonaco e tappezzerie, se si eccettuava l’enorme caminetto e i forni e la canna fumaria che stavano di fronte a lui in cucina.

Quelli sì che erano di pietra massiccia. Il caminetto arrivava all’altezza del mento ed era lungo almeno il doppio del solito, un inferno di fiamme crepitanti. Sopra di esso c’era la fila degli sportelli quadrati dei forni, dove sua Moglie aveva cucinato per parte della loro vita. Sopra i forni correva una mensola lunga quanto tutta la parete, troppo alta perché ci arrivasse sua Madre o su cui Mister Guts riuscisse ancora a saltarci sopra, ingombra di un sacco di anticaglie, ma tutti gli oggetti che non erano di pietra o di vetro o di porcellana erano così disseccati e anneriti a opera di decenni di calore che ormai sembravano solo teste umane mummificate o palle da golf annerite. Un’estremità era ingombra delle bottiglie squadrate di gin di sua Moglie. Sopra la mensola era appesa una vecchia cromolitografia, così in alto e così annerita dalla fuliggine e dal grasso che non si capiva più se quella forma di tozzo sigaro fra strane volute fosse un vapore dal ponte bombato che sfidava un uragano o un’astronave che si lanciava attraverso una tempesta di particelle cosmiche spinte alla velocità della luce.

Non appena Joe fece tanto di piegare le dita dei piedi dentro gli stivaletti, sua Madre capì che cosa intendeva fare. — Vai a girovagare — mormorò la donna con convinzione. — E le tasche dei pantaloni piene di carrettate e di soldi necessari per la casa, da spendere per peccare. — E tornò a masticare lunghi brandelli di carne che con la destra strappava alla carcassa di tacchino posta vicino a quel terribile calore, mentre con la sinistra stava pronta a tener lontano Mister Guts, che la fissava con i suoi occhi gialli, il corpo scheletrico e la coda rognosa vibrante. Con indosso quel suo vestito sporco, tutto striato come i fianchi del tacchino, la Madre di Joe sembrava un sacchetto di carta reclinato su un lato e le sue dita ricordavano ramoscelli bitorzoluti.

Anche la Moglie di Joe l’aveva capito, anzi forse da prima, e gli sorrise a occhi socchiusi, eretta davanti al forno centrale. E prima che la donna chiudesse lo sportello, Joe riuscì a intravedere due sfilatini piatti e una pagnottella più alta che cuocevano. Nella sua vestaglia violacea, la donna sembrava il simbolo della morte e di tutte le malattie. Senza guardare allungò un lunghissimo braccio scheletrico verso la più vicina bottiglia di gin, ne ingollò un robusto sorso e sorrise di nuovo. Così, senza che avesse parlato, Joe intuì quel che gli aveva detto: “Tu adesso esci e vai a giocare, ti ubriacherai e scoperai una troia. Poi quando tornerai a casa mi riempirai di botte e finirai in prigione”. E d’improvviso lui rivisse la scena dell’ultima volta, quando si era trovato in una rozza cella buia e lei era venuta sotto il chiaro di una luna che le faceva risaltare i bernoccoli verdi e gialli del cranio allungato, dove lui l’aveva colpita, per confabulare con lui attraverso la finestra e passargli tra le sbarre un quarto di gin.

Anche questa volta sarebbe finita così, o forse anche peggio, Joe ne era sicuro, ma si alzò lo stesso con le tasche appesantite che mandavano un suono metallico e strascicò i piedi in direzione della porta, biascicando: — Vado a far rotolare le ossa. Faccio un tratto di strada e torno subito. — E per dare una nota scherzosa a quanto aveva detto, fece oscillare le braccia dai gomiti ossuti, simili a pale di mulino.

Uscendo, tenne per un istante la porta socchiusa, poi la chiuse, in preda a una profonda tristezza. Tempo addietro, Mister Guts sarebbe sfrecciato dietro di lui per attaccar briga e dare la caccia alle femmine su tetti e steccati, ma adesso quel vecchio gattone preferiva starsene a casa a ronfare accanto al fuoco, cercando di sgraffignare un po’ di tacchino e di evitare i colpi di ramazza e civettando con le due donne condannate a stare lì dentro. Dietro Joe si sentirono solo gli ansiti e i masticamenti di sua Madre, il rumore della bottiglia di gin rimessa sulla mensola e il gemito dell’impiantito di legno sotto i suoi passi.

Le stelle gelide illuminavano a stento una notte buia. Alcune di esse sembravano muoversi, simili agli ugelli incandescenti di astronavi. In basso, tutta quanta la città di Ironmine sembrava aver spento le luci ed essersi messa a dormire, abbandonando strade e piazzuole a brezze notturne e fantasmi, parimenti invisibili. Ma Joe si trovava ancora nella zona che conservava l’acre odore di muffa del legno divorato dai vermi e, mentre camminava tra l’erba secca del prato che gli accarezzava i polpacci, sentì per chissà quale istinto atavico che tutto era programmato e lui, la casa, sua Moglie, sua Madre e Mister Guts sarebbero finiti insieme. Era già un miracolo se il calore della cucina non aveva incendiato completamente la casa come uno zolfanello.

Curvo, si avviò non sulla strada asfaltata, ma sui sentieri in terra battuta che costeggiavano il cimitero di Cypress Hollow, in direzione di Night Town.

L’aria notturna era dolce, ma stasera era insolitamente inquieta e capricciosa, come un ballo di folletti. Oltre la staccionata del cimitero, dipinta di bianco e sbilenca, quasi sfocata nel chiarore stellare, la brezza carezzava gli alberi macilenti del cimitero che sembravano agitare le barbe di muschio. Joe avvertì che i fantasmi erano anch’essi irrequieti, non sapendo bene dove andare o chi potevano impaurire o indecisi se prendersi una notte di riposo, muovendosi senza meta in derelitta e malfamata compagnia. Fra gli alberi vagavano bagliori di vampiri rossi e verdi, fosforescenti e sgraziati, simili a lucciole impazzite o a una flotta spaziale in preda a un’epidemia. Joe si sentiva sempre più abbattuto e depresso e desiderò di svoltare per andare a rannicchiarsi in una tomba spaziosa o davanti a qualche lapide semiabbattuta per sottrarsi al comune destino di morte con sua Moglie e con gli altri tre. “Vado a far rotolare le ossa, vado a farle girare e poi mi metto a dormire” pensò. Ma mentre stava ancora meditando sul da farsi, aveva già superato il cancello sbilenco, la staccionata folle e anche Shantyville.

Dapprima Night Town gli apparve senza vita come il resto di Ironmine, ma poi notò un barlume malsano, ma più vivace delle luci vampire, e un motivo a singulti, dapprima debolissimo, quasi fosse musica jazz per formiche. Proseguì lungo un marciapiede elastico, pensando con nostalgia alla elasticità perduta delle gambe, a quando era pronto a tuffarsi in una rissa come un felino o un ragno del deserto marziano. Dio, erano secoli, ormai, che non partecipava più a una vera zuffa e non sentiva più la forza. Pian piano la musica in sordina si fece roca come un boogie-boogie per orsi e rumorosa come una polka per elefanti, mentre il bagliore si trasformava in una miriade di luci a gas, di fiaccole e di tubi catodici blu cadavere, insegne sanguigne al neon che sogghignavano in direzione delle stelle tra cui sfrecciavano le astronavi. Infine si trovò di fronte a una falsa facciata a tre piani che sprizzava tutte le luci dell’arcobaleno dell’inferno, sormontata da un’escrescenza bluastra di fuoco di Sant’Elmo. Al centro c’era un’enorme porta ad ante mobili al di sopra e al di sotto della quale si riversava una cascata di luce e sopra di essa la gialla luce del neon scriveva in auree lettere svolazzanti “The Boneyard” e, sotto, in demoniache lettere scarlatte, “Giochi d’Azzardo”.

Così, aveva finalmente scoperto il nuovo locale di cui si parlava da tempo. Per la prima volta in quella notte, Joe Slattermill sentì sorgergli dentro un fremito di vita e una punta di eccitazione.

“Ora sì che vado a far rotolare le ossa” pensò.

Con manate disinvolte si spolverò la tuta di lavoro azzurro verde e fece tintinnare le tasche, poi, raddrizzandosi, increspò le labbra ed entrò di furia, sbattendo una manata contro i battenti come se colpisse un nemico.

Il locale all’interno sembrava una città, tanto era grande, e il bancone del bar era lungo quanto un tratto di ferrovia. Pozze rotonde di luce sui verdi tavoli da poker si alternavano a clessidre di affascinante oscurità attraverso cui le ragazze servivano bevande e cambiavano soldi, simili a streghe dalle bianche gambe. Come clessidre bianche, le ballerine che eseguivano la danza del ventre si agitavano vicino al palco dell’orchestra. I giocatori si ammassavano come funghi, ricurvi, fitti fitti, calvi per la sofferenza interiore nell’attesa che uscisse una carta o un numero di dado o che una pallina d’avorio si bloccasse su una casella. Le Donne Scarlatte erano campi di euforbia.

I croupier gridavano e le carte distribuite schioccavano con un sottofondo sommesso, ma pulsante, come i tamburi del jazz. Il pulviscolo danzava nei coni di luce e ogni atomo del locale sussultava in modo incontrollato.

Joe si sentiva sempre più in preda all’eccitazione e si abbandonò a quella sensazione simile a una brezza che annuncia la tempesta, un debolissimo alito di sicurezza che rischia di diventare bufera. La casa, la Moglie e la Madre, tutto gli uscì dalla mente; Mister Guts era solo un cucciolo di gatto folle, che si aggirava con gambe rigide al limite della sua coscienza. Anche i muscoli delle gambe di Joe fremettero, per partecipazione, e divennero agili e forti.

La mano si allungò, come se non facesse parte del suo corpo e afferrò al volo un bicchiere da un vassoio in movimento, mentre lui osservava cauto e freddo il locale. Alla fine il suo sguardo si posò su quello che doveva essere il Tavolo di Merda Numero Uno, dove brulicavano tutti i Grossi Funghi, calvi come gli altri, ma eretti come velenosi Boleti e, tra un varco nella ressa, all’estremità opposta del tavolo, Joe vide una figura allampanata, in una lunga giacca scura, col colletto sollevato e un cappello floscio abbassato, dal quale spuntava un triangolino bianco di volto. Sospetto e speranza sorsero in lui e si avviò verso il varco tra i Grossi Funghi.

Mentre si avvicinava, le ragazze dalle gambe bianche e dal busto luccicante si ritrassero e i suoi sospetti si rafforzarono, ma anche la speranza sbocciò e crebbe. Dietro un’estremità del tavolo c’era una balena umana, con un lungo sigaro e un panciotto d’argento, un fermacravatte in oro da venti centimetri con inciso sopra “Mr. Bones”. Un po’ arretrata, all’altra estremità, c’era la ragazza del cambio più nuda che avesse mai visto, l’unica con un vassoio appeso alle spalle nude, incastrato contro il ventre appena al di sotto del seno, e ingombro di montagnole d’oro e di fiches color ebano. Mentre la ragazza dei dadi, più magra e alta, con le braccia più lunghe perfino di quelle di sua moglie, indossava solo un paio di lunghi guanti bianchi.

Un tipo che poteva anche piacere a chi amasse i tipi dalla pelle livida tirata sulle ossa e coi seni simili a pomellini di ceramica.

Ogni giocatore aveva accanto a sé un tavolino rotondo dove appoggiare le fiches. Quello più vicino al varco era vuoto. Joe richiamò la ragazza del cambio più vicina con uno schiocco delle dita e cambiò i suoi dollari unti e bisunti con una quantità equivalente di fiches chiare. Quando poi le strizzò un capezzolo per buona fortuna, lei cercò di morsicarlo.

Joe depose senza fretta le sue scarse fiches sul tavolino vuoto e si sistemò nel posto libero. Notò che i dadi li aveva il secondo Grosso Fungo alla sua destra. Il cuore sperimentò un improvviso sussulto, ma nessun’altra parte del suo corpo reagì. Poi sollevò lo sguardo deciso e guardò all’estremità opposta del tavolo.

La giacca era una elegante e luccicante colonna di satin nero con bottoni in giaietto il colletto rialzato era di piumino nero come la più buia delle cantine, così come era nero il cappello floscio dalla tesa abbassata che aveva per nastro solo una sottile treccia di pelo di cavallo nero. Le maniche erano altre piccole e lunghe colonne di satin e terminavano con mani affusolate dalle lunghe dita, che quando si muovevano erano agili e veloci, ma che sapevano anche rimanere immobili come se appartenessero a una statua.

Del volto, Joe vedeva solo la parte inferiore, liscia, senza mai una gocciola di sudore, le guance scarne e aristocratiche e il naso sottile e un po’ piatto, mentre le sopracciglia sembravano ritagli del nastro del cappello. Ma la carnagione non era bianca come Joe aveva dapprima creduto; aveva invece una tonalità scura, come l’avorio che sta cominciando a invecchiare o come la steatite venusiana. Un’altra occhiata alle mani confermò quell’impressione.

Dietro l’uomo in nero c’era un branco di clienti, uomini e donne, tra i più volgari e malvagi che Joe avesse mai visto. Gli bastò una sola occhiata per capire che ognuno di quei damerini impomatati e ingioiellati aveva una pistola sotto il panciotto a fiori o un corto manganello nella tasca posteriore e ognuna di quelle ragazze dagli occhi di serpente aveva uno stiletto nella giarrettiera e una derringer placcata d’argento e col manico di madreperla tra i seni prepotenti, nascosta tra la seta e i lustrini.

Nello stesso tempo, Joe sapeva che quella era solo la feccia: era lui, l’uomo in nero, il loro padrone, il pericolo mortale. L’uomo che se lo tocchi muori sul colpo. Se solo avessi fatto tanto di sfiorargli il braccio senza permesso, sia pure con la maggior delicatezza e il maggior rispetto possibili, sarebbe saettata da qualche parte una mano d’avorio che ti avrebbe pugnalato o sparato all’istante. O forse sarebbe bastato il semplice contatto a ucciderti, come se ogni capo dell’abbigliamento nero fosse carico, partendo dalla sua pelle d’avorio e andando verso l’esterno, di una mortale elettricità ad alto voltaggio e ad alto amperaggio. Joe, dopo aver esaminato di nuovo quel volto in ombra, decise che non ci avrebbe provato.

Perché erano gli occhi la sua caratteristica che più imponeva timore. Tutti i grandi giocatori d’azzardo hanno occhi profondi e incassati, orlati di nero, ma i suoi erano così infossati che non si riusciva neppure a coglierne il baluginio. Erano enormi buchi neri, insondabili e imperscrutabili.

Joe ne era atterrito, ma non deluso, anzi esultava perché i suoi primi sospetti erano stati completamente confermati e la speranza si schiudeva come una rosa.

Quello era forse uno dei più grandi giocatori d’azzardo mai capitato a Ironmine da un decennio, uno di quelli che arrivavano dalla Grande Città a bordo di battelli fluviali che attraversavano la tenebra acquorea come sgargianti comete, lasciandosi dietro lunghe e spesse code scintillanti che partivano da fumaioli alti come sequoie, la cui chioma era formata da lastre di ferro curvilinee. O astronavi d’argento con decine di ugelli di fuoco e oblò scintillanti come eserciti di asteroidi dai ranghi ben serrati.