Stancamente, tornò a trascinarsi fino alla barriera. Cadde molte volte e a stento riuscì a rialzarsi per proseguire. Era, lo sapeva, ormai allo stremo. Eppure, neppure adesso osava smettere di muoversi, ostinatamente deciso a mettere fuori uso, se vi fosse mai riuscito, quella catapulta. Se si fosse addormentato, non si sarebbe svegliato mai più.

Una delle pietre lanciate dalla catapulta gli diede il barlume di un’idea. Colpì uno dei mucchi di pietre che aveva eretto accanto alla barriera per usarle come munizioni, e dall’urto sprizzarono scintille.

Scintille. Fuoco. L’uomo primitivo aveva fatto il fuoco provocando scintille, e con alcuni di quei cespugli secchi e friabili come esca…

Per sua fortuna, un cespuglio di quel tipo era proprio accanto a lui. Spezzò dei ramoscelli, li portò accanto al mucchio di pietre, poi, pazientemente, sbatté una pietra contro l’altra finché una scintilla colpì il legno sbriciolato. E subito questo s’infiammò, così in fretta che gli bruciacchiò le sopracciglia, riducendosi in cenere in pochi istanti.

Ma ora aveva afferrato l’idea. Nel giro di pochi minuti aveva acceso un focherello al riparo della montagnola di sabbia che aveva eretto scavando la buca, un’ora o due prima. Il legno simile all’esca l’aveva iniziato, e ramoscelli d’altro tipo l’avevano alimentato, bruciando più lenti ma con fiamma costante.

I viticci duri, simili a fil di ferro, non bruciavano subito; ciò rese più facile confezionare bombe incendiarie e lanciarle: le fece avvolgendo una piccola fascina intorno a una pietra, per darle massa, e legando il tutto con dei viticci, tenuti lunghi per far roteare il proiettile prima di lanciarlo, dandogli velocità.

Ne fece una mezza dozzina prima di accendere e scagliare il primo. Cadde assai lontano, e il Rotolante iniziò una rapida ritirata, tirandosi dietro la catapulta. Ma Carson aveva pronti gli altri, e li scagliò in rapida successione. Il quarto s’incastrò nella struttura della catapulta, e fece l’effetto voluto: il Rotolante tentò disperatamente di spegnere le fiamme che si diffondevano rapide buttandoci sopra della sabbia, ma i suoi tentacoli riuscivano a raccoglierne troppo poco per volta, e i suoi sforzi furono inutili. La catapulta bruciò.

Il Rotolante si allontanò dall’incendio a distanza di sicurezza, e parve concentrarsi nuovamente su Carson, che sentì un’altra volta l’ondata di quell’odio nauseante investirlo. Ma più debole: anche il Rotolante si stava indebolendo, oppure Carson stava imparando a difendersi dai suoi attacchi mentali.

Gli fece uno sberleffo, poi l’obbligò a correr via, mettendosi al sicuro, scagliandogli addosso una pietra. Il Rotolante andò dritto al fondo dell’arena, e ricominciò a strappare i cespugli dal suolo. Probabilmente aveva intenzione di costruirsi un’altra catapulta.

Carson controllò, per la centesima volta, che la barriera fosse ancora in funzione, poi crollò seduto per terra accanto ad essa, poiché all’improvviso si sentì troppo privo di forze per restare in piedi.

Ora, la gamba ferita gli pulsava costantemente, e i morsi della sete erano sempre più violenti. Ma erano lievi fastidi al confronto della mortale stanchezza fisica che gli aveva afferrato tutto il corpo.

E il calore.

L’inferno doveva essere così, pensò. L’inferno al quale gli antichi avevano creduto. Lottò per rimanere sveglio, eppure rimanere sveglio gli pareva futile, poiché non c’era niente che potesse fare. Niente, fintantoché la barriera fosse rimasta invalicabile, e il Rotolante fuori della sua portata.

Ma doveva esserci qualcosa. Cercò di ricordare cose che aveva letto in libri di archeologia sulle tecniche di combattimento impiegate nelle epoche che avevano preceduto l’impiego del metallo e della plastica. Il proiettile di pietra: quello era venuto per primo, pensò. Be’, lui l’aveva già.

L’unico miglioramento sarebbe stata l’aggiunta di una catapulta, come quella del suo rivale. Ma non sarebbe mai stato capace di costruire una catapulta, non certo con i pezzetti di legno a sua disposizione nei cespugli: non c’era un pezzo più lungo d’una trentina di centimetri. Sì, avrebbe potuto ideare il modo di farne una, ma il lavoro sarebbe durato giorni, e lui non avrebbe mai avuto la forza sufficiente.

Giorni? Ma il Rotolante ne aveva fatta una. Erano lì da giorni? Poi ricordò che il Rotolante aveva molti tentacoli per quel genere di lavoro, e senza dubbio poteva farlo molto più in fretta di lui.

E inoltre, una catapulta non avrebbe risolto la questione. Doveva trovare di meglio.

Arco e frecce? No, aveva provato a tirare con l’arco, una volta, e sapeva quant’era inetto. Perfino con una moderna attrezzatura sportiva in duracciaio, fabbricata per ottenere la massima precisione. Con un arco abborracciato alla bell’e meglio, come quello che avrebbe potuto mettere insieme con ramoscelli e viticci, là, dubitava assai di poter scagliare una freccia più lontano di quanto riusciva a scagliare una pietra, e certo la mira sarebbe stata molto peggiore.

Una lancia? Be’, avrebbe potuto farsela. Sarebbe stata inutile come arma da lancio a distanza, ma sarebbe stata utilissima per uno scontro ravvicinato. Sempre che fosse riuscito ad avvicinarsi quanto bastava.

E fabbricarne una gli avrebbe dato qualcosa da fare. L’avrebbe aiutato ad evitare che la sua mente divagasse, come già stava facendo. Adesso, doveva spesso compiere uno sforzo per concentrarsi sul perché si trovava lì, e perché doveva uccidere a tutti i costi il Rotolante.

Per felice sorte si trovava accanto a uno dei mucchi di pietre. Cominciò a fare un’accurata cernita, fino a quando non ne trovò una che aveva all’incirca la forma di una punta di lancia. Con una pietra più piccola cominciò a scheggiarla per darle la forma giusta, modellando degli uncini affilati, rivolti all’indietro, sui lati, cosicché se si fosse conficcata, non sarebbe stato possibile strapparla fuori.

Un’arpione? Già, l’idea era buona, l’arpione avrebbe funzionato meglio della lancia, forse, in quella folle contesa. Una volta che fosse riuscito a piantarlo nel corpo del Rotolante, avendo solidamente legato una corda all’estremità dell’asta, avrebbe potuto tirare il Rotolante fino a contatto della barriera, e il suo coltello di pietra avrebbe completato l’opera, passando attraverso la barriera, anche se le sue mani non avrebbero potuto seguirlo…

Fabbricare l’asta fu più difficile della testa di pietra affilata. Ma sezionando in due e divaricando le estremità di quattro fra i più grossi ramoscelli che trovò, infilandoli l’uno nell’altro e legando gli incastri con dei viticci sottili ma resistenti, ottenne un’asta robusta lunga circa un metro e trenta. A un’altra tacca praticata a un’estremità fissò la testa di pietra, tenendola saldamente in posizione con viticci ancor più strettamente legati.

Era un’arma rozza, ma d’indubbia efficacia.

E la corda: con un gran numero di quei robusti viticci si confezionò una corda lunga sette metri. Era leggera e sembrava fragile, ma Carson sapeva che avrebbe retto al suo peso, e ce n’era d’avanzo. Legò un’estremità della corda all’asta dell’arpione, e l’altra estremità al suo polso destro. Anche se avesse mancato il colpo, scagliando l’arpione sull’altro lato della barriera, avrebbe potuto tirarlo indietro.

Poi, quand’ebbe stretto l’ultimo nodo e non vi fu più nulla da fare, il calore e la stanchezza e il dolore alla gamba e la sete tremenda all’improvviso furono mille volte peggiori di quant’erano mai stati prima.

Cercò di alzarsi, per vedere ciò che adesso stava facendo il Rotolante, e scoprì di non riuscire a mettersi in piedi. Al terzo tentativo, riuscì soltanto a sollevarsi in ginocchio per un attimo, ricadendo poi lungo disteso.

«Devo dormire», pensò. «Se si dovesse arrivare adesso alla resa dei conti, il nemico mi troverebbe impotente. Se sapesse in che condizioni mi trovo, si precipiterebbe qui subito a uccidermi. Devo a tutti i costi recuperare un po’ di forza».

Lentamente, tra mille fitte di dolore, strisciò lontano dalla barriera. Dieci metri, venti…

Il tonfo sordo di qualcosa che era caduto sulla sabbia, sfiorandolo, lo risvegliò da un sogno confuso e orribile, precipitandolo in una realtà ancora più confusa e orribile. Aprì nuovamente gli occhi alla radiosità azzurra sulla sabbia azzurra.

Per quanto tempo aveva dormito? Un minuto? Un giorno?

Un’altra pietra cadde, anch’essa vicinissima, schizzandolo di sabbia. Portò le braccia sotto di sé e, spingendosi, si rizzò a sedere. Si girò e vide il Rotolante a una ventina di metri di distanza, alla barriera.

Quando lo vide muoversi, l’alieno rotolò via in fretta, senza più fermarsi, finché non fu il più lontano possibile.

Carson si rese conto di esser piombato nel sonno troppo presto, quand’era ancora alla portata dei lanci del Rotolante. L’alieno, vedendolo disteso immobile, aveva osato avvicinarsi fino alla barriera, per scagliargli addosso delle pietre. Per fortuna, l’alieno non si era reso conto di quanto lui fosse debole altrimenti, invece di fuggir via, sarebbe rimasto li a tempestarlo di colpi.

Aveva dormito a lungo? Si chiese Carson. Probabilmente no, poiché si sentiva stremato e dolorante come prima. Per niente riposato, ma neppure più assetato. Probabilmente era rimasto lì disteso soltanto pochi minuti.

Ricominciò a strisciare, e questa volta si sforzò di arrivare alla maggior distanza possibile, quando la parete opaca e smorta del guscio esterno dell’arena fu soltanto a un metro da lui.

Poi, ripiombò nell’incoscienza…

Quando si svegliò, niente intorno a lui era cambiato, ma questa volta seppe di aver dormito a lungo.

La prima cosa della quale divenne conscio fu l’interno della sua bocca, secco, incrostato. La lingua gli si era gonfiata.

Sapeva che c’era qualcosa di sbagliato, mentre ritornava a una relativa lucidità. Si sentiva meno stanco, lo stadio dell’esaurimento totale era passato. Il sonno vi aveva posto rimedio. Ma sentiva dolore, un dolore tormentoso. E soltanto quando tentò di muoversi, seppe che proveniva dalla sua gamba.

Sollevò la testa e la guardò. Si era terribilmente gonfiata sotto il ginocchio, e il gonfiore era risalito fino a metà coscia. I viticci che aveva usato per legarci sopra il tampone protettivo di foglie ora gli segavano profondamente la carne gonfia.

Spingere il suo coltello sotto il legaccio infossato sarebbe stato impossibile. Per fortuna, l’ultimo nodo si trovava appena sopra lo stinco, sul davanti, dove il viticcio segava la carne meno che altrove. Riuscì, con uno sforzo angoscioso, a disfare il nodo.

Un’occhiata sotto il tampone di foglie gli rivelò il peggio. Infezione e avvelenamento del sangue, entrambi assai sgradevoli e in via di peggioramento.

E senza medicinali, senza garze sterili, soprattutto senz’acqua, non c’era proprio niente che potesse fare.

Niente del tutto, se non morire, quando il veleno si fosse diffuso nel suo sistema circolatorio.

Allora, seppe che la situazione era senza speranza, e aveva perduto.

E con lui, l’umanità. Quando lui fosse morto qua dentro, là fuori, nell’universo che conosceva, tutti i suoi amici, l’intera sua razza, sarebbero morti anch’essi. E la Terra, i pianeti colonizzati, sarebbero divenuti la dimora dei rossi, sferici alieni, gli invasori. Creature uscite da un incubo, prive di sentimenti, che facevano a pezzi le lucertole soltanto per divertirsi.

Fu quel pensiero che gli diede il coraggio di mettersi a strisciare, senza veder quasi nulla per la sofferenza, verso la barriera, una volta ancora. Non avanzando sulle ginocchia, ma tirandosi avanti con i gomiti e le mani.

C’era una probabilità su un milione che, quando fosse giunto là, gli rimanesse ancora un po’ di forza per scagliare l’arpione una sola volta, e con effetto mortale, se — un’altra probabilità su un milione — il Rotolante si fosse avvicinato alla barriera. O se la barriera era scomparsa.

Gli sembrò d’impiegare anni per arrivare fin là.

La barriera non era scomparsa. Era insuperabile proprio come la prima volta che l’aveva toccata.

Il Rotolante non era alla barriera. Sollevandosi sui gomiti, Carson poté vederlo laggiù, in fondo all’arena, al lavoro su un’intelaiatura di legno che, sebbene completata a metà, appariva la copia esatta della catapulta che lui aveva distrutto.

Il Rotolante pareva muoversi anch’esso lentamente. Ovviamente, doveva anche lui essersi indebolito. Ma Carson pensò che ben difficilmente avrebbe avuto bisogno di quella seconda catapulta. Lui sarebbe morto assai prima, pensò, che il Rotolante l’avesse finita.

Se fosse riuscito ad attirarlo fino alla barriera adesso, mentre era ancora vivo… Agitò un braccio e cercò di gridare, ma la sua gola riarsa non riuscì a produrre alcun suono.

Oppure, se fosse riuscito ad attraversare la barriera…

Doveva aver perso per un attimo il lume della ragione, poiché si trovò a picchiare coi pugni contro la barriera, in un futile eccesso di rabbia. Si costrinse, con uno sforzo, a smettere.

Chiuse gli occhi e cercò di calmarsi.

— Ehi, — disse una voce.

Era una voce piccola, sottile. Sembrava…

Aprì gli occhi e girò la testa. Era la lucertola.

«Vattene», avrebbe voluto dire Carson. «Vattene, tu non sei lì; o, se ci sei, non hai parlato. Sto di nuovo immaginandomi le cose».

Ma non riuscì a parlare; la sua gola e la sua lingua erano oltre la capacità di spiccar parola, aride e brucianti. Tornò a chiudere gli occhi.

— Ferita, — disse la piccola voce. — Uccidi. Ferita… uccidi. Vieni.

Aprì di nuovo gli occhi. La lucertola azzurra con dieci zampe era ancora lì. Corse avanti lungo la barriera, tornò indietro, corse ancora avanti, e tornò indietro.

— Ferita, — disse. — Uccidi. Vieni.

Ripartì un’altra volta di corsa, e tornò indietro. Voleva, era ovvio, che Carson la seguisse lungo la barriera.

Carson chiuse un’altra volta gli occhi. La voce continuò. Le stesse tre parole prive di senso. Tutte le volte che Carson apriva gli occhi, la lucertola correva avanti e tornava indietro.

— Ferita. Uccidi. Vieni.

Carson grugnì. Non gli avrebbe dato requie, a meno che non seguisse quel dannato animale. Questo, voleva la lucertola.

La segui, strisciando. Un altro suono, un acuto squittio, gli giunse alle orecchie e divenne più forte.

Qualcosa giaceva nella sabbia. Si contorceva e squittiva. Qualcosa di piccolo, azzurro, che sembrava una lucertola eppure non…

Poi, vide cos’era… la lucertola le cui zampe il Rotolante aveva strappato molto tempo prima. Ma non era morta, aveva ripreso i sensi e si dibatteva e urlava nell’agonia.

— Ferita, — disse l’altra lucertola. — Ferita. Uccidi. Uccidi.

Carson capì. Sfilò il coltello di pietra dalla cintura e uccise la creatura torturata. La lucertola viva schizzò via e scomparve.

Carson tornò a voltarsi verso la barriera. Vi appoggiò le mani e la testa e guardò il Rotolante che, laggiù, lontano, stava lavorando alla nuova catapulta.