Bob Shaw
Sfida al cielo

Parte prima
Ombra a mezzogiorno

1

Era ormai evidente per Toller Maraquine e per qualche altro che guardava da terra che l’aeronave si stava mettendo nei guai, ma incredibilmente il suo capitano sembrava non notarlo.

— Che cosa pensa di fare, quel pazzo? — disse Toller a voce alta sebbene non ci fosse nessuno a portata d’orecchio. Si riparò gli occhi dal sole per vedere meglio quello che stava succedendo.Il panorama era quello familiare a chiunque vivesse a quelle latitudini di Mondo, mare calmo color indaco, cielo blu chiaro spruzzato di bianco qua e là, e il nebuloso disco del pianeta gemello, Sopramondo, sospeso immobile quasi allo zenit, continuamente attraversato da strisce di nubi. Nonostante la luce abbagliante dell’antigiorno, si vedevano anche diverse stelle, soprattutto le nove più luminose che costituivano la costellazione dell’Albero.

Su quello sfondo l’aeronave si faceva trasportare dalla leggera brezza marina, permettendo così al comandante di risparmiare cristalli di energia. Il vascello si stava dirigendo direttamente verso la riva, e in quella prospettiva appariva come un cerchio grigio e blu, minuscola eco visiva di Sopramondo. Aveva un’andatura stabile, ma quello che il suo capitano aveva apparentemente mancato di notare era che la brezza di mare cui si era affidato era molto bassa, non più’ di trecento piedi. Sopra la nave spirava un vento occidentale che veniva giù dall’altopiano Haffanger e che soffiava nella direzione opposta. Toller poteva seguire il doppio flusso d’aria con precisione perché le colonne di vapore provenienti dai paioli di riduzione del pikonio, lungo la spiaggia, si spostavano verso l’interno solo per un breve tratto prima di alzarsi ed essere portate verso il mare. In quella sottile foschia creata dall’uomo s’insinuavano lembi di nuvole provenienti dal tetto dell’altopiano: era lì che si nascondeva il pericolo per l’aeronave.

Toller tolse dalla tasca il tozzo cannocchiale che si portava dietro fin da quando era bambino e scrutò gli strati della nuvola. Come già aveva in parte previsto, nel giro di pochi secondi riuscì a distinguere varie macchioline sfocate di blu e cremisi sospese nel nucleo di vapore bianco. Un osservatore casuale avrebbe potuto non notarle affatto, o considerarle un effetto ottico, ma il senso d’allarme di Toller si fece più intenso. Il fatto che lui fosse stato in grado di individuare qualche ptertha così in fretta significava che l’intera nube doveva esserne carica, e che portava lentamente centinaia di quelle creature verso la nave.

— Usa un eliografo — sbraitò con tutta la potenza dei suoi polmoni. — Dite a quel pazzo di virare, o di andare su, o giù, o…

Reso incoerente dal pericolo incombente, Toller si guardava intorno cercando di decidere una linea d’azione. Le sole persone visibili tra i paioli rettangolari e i bidoni per il carburante erano i rifornitori seminudi e i fuochisti. Sembrava che tutti i sorveglianti e gli impiegati fossero all’interno delle costruzioni dalle larghe grondaie della stazione vera propria, per ripararsi dal calore crescente del giorno. I bassi edifici erano nel tradizionale stile Kolcorriano, mattoni gialli e arancio ne strutturati in complicati disegni a forma di diamante ricoperti di arenaria rossa ad ogni angolo e bordo, e somigliavano in qualche modo a serpenti sonnecchianti nell’intensa luce solare. Toller non riusciva nemmeno a scorgere nessuno alle strette finestre verticali. Premendo una mano sulla sua spada per tenerla ferma, corse verso l’ufficio dei sovrintendenti.

Toller era insolitamente alto e muscoloso per essere un membro di un ordine filosofico, e gli addetti che rimestavano i paioli di pikonio si fecero rapidamente da parte per evitare di intralciare il suo cammino. Proprio mentre stava per raggiungere la costruzione a un solo piano, un giovane archivista, Comdac Gurra, ne uscì con un eliografo. Nel vedere che Toller stava per travolgerlo, Gurra si tirò indietro e fece il gesto di porgergli lo strumento. L’altro lo respinse.

— Fallo tu — disse con insofferenza, cercando di nascondere il fatto che lui sarebbe stato troppo lento a mettere insieme le parole di un messaggio. — Hai quell’affare in mano, che cos’aspetti?

— Scusa, Toller. — Gurra puntò l’eliografo verso l’aeronave che si avvicinava e le bacchette di vetro mandarono un rumore secco quando lui cominciò ad azionare la leva di comando.

Toller saltellava da un piede all’altro in attesa di un cenno che dicesse che il pilota stava ricevendo e prendendo in considerazione l’avvertimento luminoso. La nave scivolò in avanti, cieca e tranquilla. Toller alzò il cannocchiale e concentrò lo sguardo sulla navicella blu, notando con una certa sorpresa che portava l’emblema della piuma e della spada, il contrassegno dei messaggeri reali. Quale ragione poteva mai avere il Re per comunicare con una delle più remote stazioni sperimentali dei Lord Filosofi?

Dopo quella che sembrò un’eternità, l’immagine ingrandita gli permise di cogliere movimenti frettolosi dietro il parapetto del ponte di prua. Alcuni secondi dopo, dal fianco sinistro della navicella, uscirono sbuffi di fumo grigio che segnalavano l’accendersi dei tubi di propulsione laterali. Lo scafo dell’aeronave ondeggiò e si inclinò mentre il velivolo ruotava bruscamente verso destra. Stava rapidamente riprendendo quota durante la manovra, ma ormai sfiorava il bordo della nube, sparendo più volte alla vista sommersa da riccioli di vapore. Un grido di disperazione, ben modulato nonostante la distanza, raggiunse gli osservatori ammutoliti in fila sulla riva, e alcuni degli uomini si mossero a disagio.

Toller pensò che qualcuno a bordo della nave si fosse imbattuto in un ptertha e sentì un brivido di terrore. Era un incubo che lo aveva destato di soprassalto molte volte, la notte. L’essenza vera dell’incubo non stava nelle visioni di morte, ma nella sensazione assoluta di impotenza, nell’inutilità del cercare di difendersi una volta che un ptertha era entrato nel suo raggio d’azione mortale. Di fronte ad assassini o ad animali feroci, un uomo poteva, a dispetto di qualsiasi svantaggio, soccombere combattendo, trovando in quel modo una strana riconciliazione con la morte, ma quando i lividi globi arrivavano fiutando e fremendo come segugi, non c’era niente da fare.

— Cosa sta succedendo qui? — A parlare era stato Vorndal Sisstt, capo della stazione, che era apparso all’entrata principale della costruzione dei sovrintendenti. Era un uomo di mezza età, con una tonda testa pelata e l’atteggiamento rigido e impettito di chi ha il complesso di una statura inferiore alla media. Il suo volto abbronzato dai lineamenti precisi inalberava un’espressione di fastidio misto a preoccupazione.

Toller indicò l’aeronave che scendeva. — Qualche idiota ha fatto tutta quella strada solo per suicidarsi.

— Abbiamo mandato un avvertimento?

— Sì, ma penso che ormai fosse troppo tardi — rispose Toller. — C’erano ptertha tutt’intorno alla nave un minuto fa.

— È terribile — disse Sisstt con voce tremula, premendosi il dorso di una mano sulla fronte.

Darò ordine di alzare gli schermi.

— Non ce n’è bisogno; la nuvola non scenderà più giù di così e i globi non ci attaccheranno sul terreno aperto e in piena luce del giorno.

— Non voglio correre rischi. Chi può sapere che cosa i…

Sisstt si interruppe e guardò in su verso Toller con occhio torvo, felice di aver trovato un comodo bersaglio per dare sfogo alle sue emozioni. — Esattamente, quando vi è stato conferito il potere di prendere decisioni esecutive qui? In quella che io credo sia la mia stazione? Lord Glo vi ha elevato di grado senza informarmi?

— Nessuno ha bisogno di essere elevato quando ci siete voi di mezzo — rimbeccò sgarbatamente Toller al sarcasmo del capo, mentre il suo sguardo restava fisso sull’aeronave che ora stava scendendo in picchiata verso la riva.

La mascella di Sisstt si contrasse e i suoi occhi si strinsero mentre lui cercava di decidere se il commento si riferiva alla sua statura fisica o alle sue capacità. — Questa era un’insolenza — accusò. — Insolenza e insubordinazione, e farò in modo che arrivi all’orecchio di certe persone.

— Non piagnucolate — disse Toller allontanandosi. Corse giù sul basso pendio della spiaggia, dove un gruppo di operai si era riunito per dare assistenza nell’atterraggio. Le ancore multiple della nave strisciarono tra la schiuma delle onde e poi sulla sabbia, tracciando linee scure sulla superficie bianca. Gli uomini afferrarono le funi e le caricarono del loro peso per bilanciare gli ultimi tentativi del velivolo di alzarsi di nuovo nelle instabili brezze. Toller poteva vedere il capitano sporgersi oltre il parapetto di prua mentre dirigeva le operazioni. Sembrava che ci fosse una certa confusione al centro della nave, come se dei membri dell’equipaggio stessero lottando tra loro. Forse qualcuno che era stato abbastanza sfortunato da arrivare troppo vicino a un ptertha era diventato violento, come succedeva ogni tanto, e i suoi compagni stavano cercando di immobilizzarlo.

Toller si fece avanti, afferrò una fune penzolante e la tenne tesa per aiutare a guidare l’aeronave verso i paletti di attracco allineati sulla riva. Finalmente la chiglia della navicella scricchiolò contro la sabbia e alcuni uomini in giubbotto giallo saltarono giù dalla fiancata. Il pericolo evitato per un pelo li aveva evidentemente scossi. Imprecando furiosamente e spingendo da parte gli addetti al pikonio, con violenza non necessaria, cominciarono a ormeggiare la nave. Toller poteva comprendere il loro stato d’animo e sorrise con indulgenza mentre porgeva la sua cima a un aviere che si avvicinava, un uomo con le spalle a bottiglia e la pelle color sabbia.

— Perché ridi, mangia-sterco? — ringhiò l’uomo, cercando di prendere la fune.

Toller ritirò la corda e con lo stesso movimento la rilanciò a cappio e la strinse con forza intorno al pollice dell’uomo. — Chiedi scusa per quello che hai detto!

— Che diavolo…! — L’aviere fece il gesto di scaraventare Toller da una parte con il braccio libero e i suoi occhi si spalancarono quando si rese conto che non aveva a che fare con un tecnico scientifico normale. Voltò la testa per chiedere l’aiuto degli altri avieri, ma Toller lo distolse stringendo maggiormente la fune.

— Questo è un affare tra me e te — disse con calma, usando l’avambraccio per aumentare la tensione della cima. — Vuoi fare le tue scuse o preferisci portarti dietro il pollice appeso a una catenina?

— Ti pentirai di… — La voce dell’aviere si fece più bassa e lui si chinò con la faccia bianca e ansimante quando una giuntura del dito mandò un suono schioccante chiaramente udibile. — Chiedo scusa. Lasciami andare! Chiedo scusa!

Così va meglio — disse Toller, sciogliendo la fune. — Ora possiamo essere amici. — Sorrise con falsa cordialità senza far trapelare lo sgomento che sentiva raccogliersi dentro di sé. Era successo di nuovo! La reazione sensata a un insulto di rito era ignorarlo o rispondere con gentilezza, ma in quell’istante il suo temperamento aveva preso il sopravvento su di lui, riducendolo al livello di una creatura primitiva governata dall’istinto. Non aveva deciso coscientemente di scontrarsi con l’aviere, eppure sapeva che sarebbe stato pronto a mutilarlo se le scuse non fossero arrivate. E quello che rendeva peggiore la faccenda era la consapevolezza di non saper fare marcia indietro, che il banale incidente avrebbe anche potuto sfociare in qualcosa di molto più grosso, con tutte le conseguenze del caso.

— Amici! — sbuffò l’altro, premendo forte la mano ferita contro lo stomaco, il viso contorto dal dolore e dall’odio.— Appena potrò di nuovo tenere in mano una spada, io… — Lasciò la minaccia in sospeso, mentre un uomo con la barba che indossava la pesante giubba ricamata di capitano di aviazione si dirigeva a gran passi verso di lui. Il capitano, che aveva circa quarant’anni, respirava rumorosamente e la stoffa color zafferano della sua giubba era macchiata di sudore marrone sotto le ascelle.

— Cosa ti succede, Kaprin? — disse, fissando severamente l’aviere.

Gli occhi di Kaprin ebbero un guizzo minaccioso in direzione di Toller, poi l’uomo abbassò la testa. — La mia mano è rimasta intrappolata in una cima, signore. Mi sono slogato il pollice, signore.

— Lavora il doppio con l’altra mano — disse il capitano congedandolo con un cenno e voltandosi verso Toller. — Sono il capitano d’aviazione Hlawnvert. Voi non siete Sisstt. Dov’è Sisstt?

— Là — Toller indicò il capo della stazione, che stava avanzando con passo incerto lungo il pendio del litorale, tenendo l’orlo della sua tunica grigia sollevato dagli ammassi di roccia.

— Così è quell’incosciente il responsabile.

— Responsabile di cosa? — chiese Toller, accigliandosi.

— Di avermi accecato con il fumo di quelle pentole da stufato. — La voce di Hlawnvert era carica d’ira e di disprezzo mentre faceva ruotare lo sguardo per abbracciare lo schieramento di paioli di pikonio e le colonne di vapore che stavano liberando nel cielo. Mi è stato detto che stanno cercando di produrre cristalli di energia, qui. È vero, o è soltanto uno scherzo?

Toller, benché deciso ad evitare un nuovo e più pericoloso scontro, si sentì tuttavia offeso dal tono di Hlawnvert. Essere nato in una casta di filosofi anziché di militari era il più grosso cruccio della sua vita, e lui passava molto del suo tempo a maledire il suo destino, ma gli dava fastidio sentirselo ricordare dagli estranei. Squadrò freddamente il capitano per alcuni secondi, prolungando l’occhiata fino ai limiti dell’aperto disprezzo, poi parlò come rivolgendosi a un bambino.

— Non si possono fare i cristalli — disse. — Si possono solo coltivare, se la soluzione è abbastanza pura.

— Allora qual è lo scopo di tutto questo?

— Ci sono buoni depositi di pikonio in questa zona. Lo stiamo estraendo e cerchiamo di trovare un modo per raffinarlo, per renderlo puro abbastanza da produrre una reazione.

— Una perdita di tempo — decretò Hlawnvert con distaccata sicurezza, lasciando cadere l’argomento e allontanandosi per affrontare Vorndal Sisstt.

— Buon antigiorno, capitano — disse Sisstt. — Sono così contento che siate atterrati sani e salvi. Ho dato ordine che i nostri schermi anti ptertha siano messi fuori immediatamente.

Hlawnvert scosse la testa. — Non ce n’è nessun bisogno. Oltretutto il danno è già fatto.

— Io… — Gli occhi azzurri di Sisstt si muovevano da una parte e dall’altra ansiosamente. — Non vi capisco, capitano.

— I fumi puzzolenti e la nebbia che state vomitando in cielo hanno alterato la nube naturale. Ci saranno dei morti tra il mio equipaggio. E io ve ne ritengo personalmente responsabile.